†Chi Sono†

Utente: Lucille243
Nome: Lucille
Mi chiamo Lucille Serafine Estelle Veronique De Polignac e sono nata a Parigi il 4 maggio del 1766 da un amore giovanile della Duchessa Yolande Martine Gabrielle De Polastron. Ma per voi sono semplicemente Lucille. Avevo quasi vent’anni quando un bacio mi donò l’immortalità. Eh si, sono morta il 25 novembre 1785. Uuh, quanta perplessità… Eppure oggi va così di moda dire, sono una vampira. Che volete.. Il miglior nascondiglio è proprio sotto il naso, no? Dicevo? Ah si. Sono una vampira e nelle pieghe del tempo e dello spazio ho camminato fino ad oggi per raccontare a chi vorrà ascoltare il mio passato, la mia anima, la mia oscurità, la mia fede, la mia guerra, i miei amori, le mie passioni, i miei intrighi senza riserve, senza veli, senza pudicizia, senza falsità. Un diario è obsoleto. Oggi nel terzo millennio c’è il blog. Sono curiosa di vedere cosa ci sarà domani. Io ho tutto il tempo che questa non vita mi può dare. Potete dire lo stesso?

†La mia immagine nel tempo†

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Lucille, oggi
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Lucille vista da Etienne
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Lucille prima dell'alba

†Nota dell'autrice†

In queste pagine io sono una cantastorie e come tale ogni singola virgola mi appartiene. Apprezzerò ogni singolo commento (anche il più cattivo se speso per migliorarmi come scrittrice). Il mio intento è solo di regalarvi qualche minuto nel mondo della mia vampira e di farvi gioire, amareggiarvi, trattenere il respiro, piangere, innamorarvi, amare, odiare, e condividere quanti sentimenti lei stessa proverà. Se accadrà allora avrò fatto il mio dovere. Per ulteriori contatti: ilmorsoimmortale@alice.it

†Commenti†

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†Links†

†Il mio mondo†

al principio
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†L'Album dei Ricordi†

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La pace di Etienne
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L'ombra di Etienne
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La vivacità di Etienne
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Aurelio oltre tutto
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La durezza di Aurelio
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Aurelio nel suo io

†Scrivo ascoltando†

Mi scuso se non troverete tutte le canzoni, ma quelle inserite all'inizio sono state tolte per fare spazio alle musiche del momento.
Grazie.


†Credits†

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Per problemi di ogni tipo,contattatemi con un msg pv



Il ritorno di Etienne (partie deux)


La prima cosa che sentii fu un rumore di zoccoli e il cigolare delle molle di una carrozza.
Il movimento ondeggiante mi cullava e non dolcemente come molti di questa epoca credono: viaggiare in quelle scatolette di legno era una vera tortura. Le molle non sono gli ammortizzatori delle auto e le strade non erano certo lisce e curate come lo sono ora.
Dapprima sbattei più volte le palpebre che sentivo pesanti, poi appena mi resi conto di non essere più in strada, mi tirai su in allarme. La carrozza era in penombra e chi mi sedeva di fronte aveva mani inguantate appoggiate sovrapposte su un raffinato bastone da passeggio con un manico in argento. Vestiva interamente di oro e nero, ma non riuscivo a vedere il suo volto. Appoggiai nuovamente la schiena contro la parete dell'abitacolo e, mentre pensavo che potevo sopraffare il mio assalitore come avevo fatto con i due gendarmi, assunsi una postura da ammaliatrice credendo di stare al gioco. Ero davvero convinta di potermi liberare di quell'inconveniente.
Non pensai nemmeno per un secondo che mi aveva già sopraffatto una volta, non sentendolo arrivare e mollandomi un pugno in pieno volto.
"Cosa credi di fare, Lucille?" Una voce profonda e ammaliatrice.
Aurelio si sporse in avanti permettendo alla fievole luce delle lanterne esterne di delineare i suoi lineamenti. Aveva un'espressione furiosa e crudele.
Io rimasi scioccata da quello sguardo feroce.
"Aurelio. Che ci fai tu qui?"
Domanda alquanto sciocca, ma che volete, avevo scoperto di avere un ascendente particolare sulle mie eventuali prede e nello stesso tempo avevo scoperto di aver trasgredito ad una regola che solo ora mi veniva illustrata: non potevo uscire da sola.
Incrociai le braccia sotto il seno e misi un broncio ridicolo, convinta di avere tutte le ragioni di essere libera di poter fare tutto quello che mi salatasse in mente. Ero inebriata ancora dal sangue dei due e dalle mie capacità trascendentali. Mi sentivo potente. E Aurelio con la sua intromissione e quel muto rimporvero mi stava guastando la festa.
Mi apprestavo a dirgli ciò che pensavo quando il suo bastone saettò veloce contro il mio petto bloccandomi contro il sedile con la punta.
"Mi fai male!" Piagnucolai stizzita.
"Ti ho fatto male..."Disse pensoso come se meditasse sul concetto.
Ancora più velocemente della prima volta piegò il braccio e sempre con la punta del bastone mi colpì al volto. Lo stesso zigomo che prima aveva assaporato il suo pugno ora assaggiava il suo legno.
Mi portai una mano al volto e quella prontamente fu bastonata.
"Stai ferma o mi costringerai a farti assaggiare ancora il mio bastone." C'era un tono maligno che sfiorava il sadismo come se non desiderasse altro che io lo contraddicessi per poter sfogare la sua rabbia lucida e gelida su di me.
"Ma che ho fat.."
Un altro colpo alle labbra da cui uscì subito un fiotto di sangue.
"Stai zitta, già che ci sei."
Lo guardavo con le lacrime agli occhi, quell'ultima stoccata non solo fece più male delle altre, ma aveva colpito anche il mio orgoglio, perchè mi stava trattando come un oggetto di sua proprietà che poteva distruggere come e quando voleva.
E fu quest'ultimo pensiero che mi fece ammutolire e non rispondergli.
"Ecco brava. Non mi infastidire con la tua voce."
Leccai il sangue che fuoriusciva dal labbro spaccato, sentendo che l'emorargia si arrestava all'istante. Credo che il mio stupore fosse visibile ad Aurelio, perchè ridacchiò.
"Non ci vorrà che qualche ora per gli ematomi e una giornata per i tagli per tornare come nuova."
Io alzai lo sguardo come se fossi sul punto di dirgli che non mi interessava, ma lui mi leggeva dentro e sapeva che come ogni donna ci tenevo al mio aspetto.
Così si sporse in avanti in modo che potessi vederlo meglio in viso.
"Ma ci sono metodiche interessanti che procurano danni permanenti. Non costringermi a mostrarti quali sono, piccola sanguisuga, o la prossima volta non basterà leccarsi le ferite."
Gli credetti sulla parola.
Cercai scampo da quello sguardo appiattendomi ancora di più contro lo schienale.
Infine tentai di guardare fuori il finestrino, ma Aurelio aveva tirato le tendine per la giusta privacy.
"Non mi sono allontanata così tanto da casa." Cominciai titubante solo per la paura di ricervere un nuovo colpo o assaggiare ciò che mi aveva promesso.
Aurelio sembrava essere divenuto una statua di pietra: non respirava nè muoveva alcun muscolo.
Io rimasi in silenzio.La prima frase era passata inosservata.
Cosa sarebbe accaduto se avessi tentato di avere informazioni sul dove eravamo?
Mi trattenni innumerevoli volte. Mi aveva intimato il silenzio e lui sembrava essersi... addormentato.
Cambiai posizione come se mi trovassi scomoda su una graticola, ma a dire il vero il mio corpo non aveva esigenze di questo genere. Avrei potuto passare le ore sulle punte dei piedi e non accorgermi della fatica.
Il silenzio perdurava così azzardai a scostare la tendina e nel momento stesso in cui guardai fuori, il bastone calò rapido e doloroso sul dorso della mia mano.
Urlai per il dolore improvviso e mi portai la mano alla bocca come per placarlo.
"Forse non mi hai capito. Stai ferma e in silenzio."
"Dove mi stai portando? Siamo in aperta campagna."
Aurelio decise che gli avvertimenti erano finiti. Si avventò contro di me assestandomi un mal rovescio incredibile data l'angusta cabina.
Non svenni, ma ero sull'orlo dell'incoscienza. Strappò qualche lembo della gonna per fabbricare delle corde e mi legò mani e piedi, dopo di chè l'ultimo pezzo me lo mise in bocca riempiendomela completamente.
"Questa è l'ultima volta che ti avviso: impara subito a obbedire o dove stiamo andando non sopravviverai a lungo."
Sgranai gli occhi chiedendomi dove eravamo diretti.
Poi sentii la carrozza rallentare e svoltare. Dal rumore di ghiaia capii che eravamo giunti a destinazione, qualunque essa fosse.
Dove mi stava portando?
Pensai ad Etienne: per la prima volta non ero più sicura che tornasse.
Come avrebbe potuto ritrovarmi se avevo lasciato la mia casa con i soli vestiti indosso e senza essere vista da nessuno?
Era come se fossi stata inghiottita dalla terra stessa.

Au revoir.


Scritto da Lucille
alle ore luglio 18, 2009 15:42
del giorno: sabato, 18 luglio 2009
inserito in l incubo
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Il ritorno di Etienne (partie premier)


Già vi vedo a chiedervi che fine avesse fatto Etienne.
Io in quei 3 giorni stravaganti e onirici non riuscii a pensarlo nemmeno una volta.
Quando me ne accorsi, mi disperai per poi ritrovarmi di nuovo tra le braccia del mio padre oscuro. Aurelio non mi permetteva di pensare: ero come una drogata di oppio, con i sensi annebbiati durante tutta la notte, mentre di giorno ero racchiusa nella mia perla di autocoscienza ad avere semplici concetti di esistenza, a sognare di comprimermi in uno spazio vuoto, a sentire il nulla per poi percepire me stessa come una singola cellula.
Ma alla quarta sera Aurelio non mi incatenò con la sua volontà, o almeno non in modo tale da non formulare più pensieri di me e di ciò che mi circondava.
Era da poco tramontato il sole quando mi risvegliai nel mio letto avvolta dalla sola biancheria del letto. Naturalmente noi vampiri non abbiamo nè freddo nè caldo. Certo avvertiamo il cambio della temperatura, ma è come sentire una melodia lontana e distaccata, non comporta una reazione sgradevole od opposta imprescindibile. Ci permette solo di cogliere le sfumature e magari di adeguarci per non essere scoperti dai diurni.
Avevo sete.
Mio dio, quella sensazione acuta e disperata che ti annebbia la mente non la dimenticherò mai.
Per il primo decennio ogni volta che tornavo in me dal mio mondo microscopico, avevo un istinto che mi divorava. Non è come la fame: ne va della propria sanità mentale e il bisogno fisico ci avvicina allo stato bestiale che dentro di noi si assopisce ogni volta che ci nutriamo.
I miei occhi erano merlati di rosso e le iridi lucide come acquemarine che crudeli si infrangevano su una scogliera. Molte volte ho colto quello sguardo in uno specchio o in un riflesso qualsiasi. In principio ero orripilata dalla mostruosità che vi leggevo. Poi Aurelio mi ha insegnato a goderne, a magnificarmi di ciò che ero, a immergermi in questo stato per divenire una creatura assolutamente priva di compassione e pietà.
Invece in quei giorni ogni volta mi dicevo che sarebbe andata meglio. Ogni volta speravo di non sentirmi così. Ogni volta mi illudevo di potermi controllare. E ogni volta mi ritrovavo a contorcermi per un dolore che aveva le caratteristiche del divorante vuoto assoluto .
Ero ancora una volta in quel letto che rappresentava tutto il mio mondo da settimane: la casa sembrava incupita e soprattutto la guardavo con occhi diversi. I miei occhi non erano più tali. Non so come spiegare, ma ogni colore, aveva una gamma cromatica intensa, vivace e palpitante. Colori che avevo visto migliaia di volte ora avevano un'aggressività e una vitalità che nessun mortale potrebbe capire. Io per prima mi sentivo una bambina di fronte ad un simile spettacolo. E poi le forme. La sinuosità di una curva era eccelsa e sembrava sempre in movimento. Ero incantata da un simile spettacolo. Colori, forme, luce, odori e sensazioni  in generale sembravano più fini, particolareggiate e nuove: come se mi avessero tolto più di un velo o un filtro ai miei sensi.
L'unico che sembra non avere possibilità di essere sperimentato in tutto il suo potenziale è il gusto.
Tutto ciò che non è sangue non può essere ingerito. Anche se voi non ci crederete, ma ci sono tantissimi tipi di sangue: ogni persona ha un sapore infinitamente diverso e possiede la rarità di un vino pregiato.
Naturalmente all'inizio per me non aveva senso chiedermi delle differenze di palato: io avevo l'impellenza solo di soddisfare una necessità che potrei definire primaria.
Per la prima volta Aurelio non era presente al mio risveglio. Il che implicava nessuna preda, nessuna possibilità di soddisfare quell'infinito vuoto che minacciava di travolgermi. Non attesi il suo arrivo: non mi aspettavo che quella sera si presentasse.  Chiamatelo sesto senso: io sapevo che non sarebbe venuto.
Non mi fidavo a chiamare la cameriera: avrebbe rappresentato una tentazione troppo grande così mi diressi al guardaroba e scelsi il primo abito poco vistoso che mi capitò tra le mani. Mi vestii rapidamente senza nemmeno acconciare i capelli, lasciandoli piuttosto liberi di accarezzarmi la schiena.
Passando davanti allo specchio mi resi conto di quanto terrificante io fossi: occhi inumani incastonati in un ovale talmente bianco da sembrare cadaverico. Le mie labbra di solito piene e rosee erano sottili e livide.
Per non sfidare la sorte preferii prendere un cappellino alquanto piccolo per la mia testa, ma con una veletta che avrebbe velato lo sguardo demoniaco che mi contraddistingueva.
Scesi da basso sperando di non incontrare nessuno e così fu.
Abitavo alle porte della città e le strade erano poco illuminate. Non è come oggi che o ci sono lampioni o le insegne di molti negozi rendono le ombre delle diseredate.
Scivolai veloce in una direzione qualunque: ero inesperta nella caccia e per la prima volta mi affacciavo nel mondo. Non era solo una questione di sangue. Ero stata una ragazzina sposa che era stata chiusa tra le mura dorate della sua casa, anche se era una prigione con il proprio carceriere che faceva da aguzzino e difensore. Quindi una direzione valeva l'altra.
Ero alle prese con la mia prima caccia e nello stesso tempo l’esplorazione del mondo:  nessuno che mi dicesse cosa e come farlo.
Mi guardavo intorno cercando uno straccio di essere umano che fungesse da preda.
Nulla. Le strade era vuote.
Accelerai il passo solo perchè in un breve istante fui colta dal panico: un'assurda idea mi si affacciò come se fosse qualcosa di realmente accaduto. Parigi si era svuotata. Una tragedia per una vampira che era prossima alla frenesia.
Credo di aver percorso diversi chilometri senza che mi accorgessi di dove ero finita, quando le strade si ripopolarono: per lo più erano garzoni, gendarmi, prostitute e persone che operavano lavori notturni.
Quella notte scoprii che cosa ero in grado di fare con il potere del sangue. Nel vedere la divisa dei gendarmi mi appiattii contro il muro all'ombra di un vano di una porta di servizio. Nessuno badò a me. Non respiravo, il cuore non batteva, ero nascosta nell'ombra e non procuravo il minimo movimento o rumore. Potevo benissimo essere scambiata per una statua, ma non ce ne fu mai bisogno. Sentii come se il mondo si oscurasse e un velo bruno mi avvolgesse: la stessa notte mi stava offrendo la sua ala protettrice e io non negai questo aiuto tanto insperato.
La coppia di soldati mi passo a meno di un metro chiacchierando di puttane e di gioco d'azzardo. Uno di loro doveva una forte somma a qualcuno che presto avrebbe reclamato e non solo a voce.
L'epoca era quella in cui l'igiene personale era vista come un danno se troppo frequente e gli odori che emanavano quei due sarebbero nauseanti oggi. Potevo vedere i pidocchi che li infestavano, l'untuosità dei loro colletti, il nero che avevano sotto le unghie, i denti marci e il costante odore di sudore rancido e urina.
Pensate che mi fece storcere il naso?
Io usavo profumi per non lavarmi, secondo l'uso dell'epoca, e di certo non venivo a contatto con la sporcizia, ma certamente non ero tanto migliore.
Sentii le zanne allungarsi e i miei sensi acuirsi. Erano sempre in due e io ero solo una donna, minuta e per di più affamata a tal punto da sentirmi debole.
Anche così non mi frenai.
Appena mi superarono, con un mio leggero movimento l'ombra che mi proteggeva come una madre, si ritrasse. I due non si accorsero nemmeno allora di me se non quando il fruscio delle mie vesti mi rivelò.
Si voltarono di scatto brandendo il loro moschetto con la baionetta. Non la toglievano mai: era preferibile infilzare che sparare. Si risparmiava piombo e polvere pirica. E il sangue si ripuliva con uno straccio umido.
Io tenni ben chiusa la mia bocca solo per non mostrare le zanne, ma avevo una gran voglia di sorridere alle loro facce sorprese. Mi squadrarono quei 5 secondi per rendersi conto che di fronte a loro non avevano una prostituta, ma una "signora". Il più basso dei due, dalla corporatura minuta con una faccia butterata molto probabilmente segnata dal vaiolo, lanciò uno sguardo di intesa al commilitone, sorridendo malignamente. L'altro che era alto e piazzato, dallo sguardo annacquato e l'aria tonta, gli sorrise come se avesse compreso tutte le meccaniche dell'universo.
Ero  una donna sola, a notte fonda, spaventata da quanto ero pallida ed erano in superiorità numerica per non farmi emettere nemmeno un fiato.
A quel punto toccò a me sorridere. Li vidi sgranare gli occhi e poi impallidire: erano delle caricature di uomini. Lo spavento era tale che immobilizzò il più grosso e fece urlare il più smilzo. Scelsi d'istinto quest'ultimo anche se la mia enorme sete mi avrebbe fatta essere più ingorda puntando l'omone. Gli squarciai la gola in modo orribile come solo un'animale sa fare. Mi abbeverai in modo vorace e perentorio, fissando la statua umana che non riusciva a far altro che fissarmi quasi in apnea. Lasciai cadere con noncuranza il corpo del gendarme, mentre con il torso della mano mi ripulivo il mento. I miei occhi dovevano essere due tizzoni ardenti perchè il gigante si riscosse e si voltò nella direzione opposta scegliendo la fuga.
Con il sangue che mi rigenerava e assopiva parte della sete, la mia mente era più lucida e la caccia assunse una sfumatura diversa. Sorrisi perchè lo vedevo muoversi al rallentatore mentre io, correndo come sempre avevo creduto di saper fare, gli fui addosso in pochi passi. Mi sentivo veloce, potente e sicura. Lui era lento, goffo e prevedibile. Lo presi per un braccio lo scaraventai a terra come un adulto molto forte farebbe con un bambino di 5 anni. Gli sferrai un calcio al volto e perse conoscenza. Non avevo molta voglia di lottare. Usare il suo petto come fosse uno scranno e abbeverarmi dal suo polso fu semplicemente delizioso. Me lo gustai fino all'ultima goccia.
Mi rialzai sentendomi vitale e forte. La sete era stata placata. Almeno per quella notte.
Avevo un sorriso soddisfatto e compiaciuto: non avevo bisogno di Aurelio per procurarmi cibo. Ero in grado di farlo da sola.
Poi sentii un dolore terrificante all'altezza dello zigomo. Un'esplosione violenta nella mia testa che mi fece vedere assurdi puntini bianchi.
Il mondo vacillò facendomi precipitare in una scura tenebra.

Au revoir.


Scritto da Lucille
alle ore luglio 06, 2009 15:48
del giorno: lunedì, 06 luglio 2009
inserito in l incubo
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Prologo


incuboEcco come divenni quella che sono, penserete...
No, questo è come cambiai il mio stato da mortale, da diurno, da umana a immortale, a notturno, a inumana.
Quello che sono ora è il risultato di ciò che Aurelio fece a me, alla mia anima, alla mia natura e al mio cuore. E non solo. La mia semivita non è stata breve: ho trascorso decenni chiedendomi perchè non uscissi all'alba ad espormi all'abbraccio del sole. Voi non avete idea di cosa mi fece Aurelio, un vampiro annoiato e megalomane, come lui non si accontentò di soffiarmi da sotto il naso ad Etienne.
La rinascita fu solo il principio e non l'atto conclusivo di una vendetta che capii avere radici profonde solo dopo molto tempo. Se da principio il mio padre oscuro era stato misterioso, affascinante, bellissimo e anche intrigante, dopo mi raggelò con un semplice dato di fatto racchiuso in una frase semplice quanto mai ricca di implicazioni.
"Sei MIA, Lucille, ricordatelo. Non appartieni a nessun altro, nemmeno a te stessa." La sua voce era ferma, ma calda come ghiaccio che ustiona.
Eravamo in quel letto che mi aveva visto prima nelle braccia del mio amore, poi in quelle di un uomo che trovavo estremamente audace e attraente. Allora non capivo cosa provavo, anche perchè Aurelio finchè non capii appieno cosa implicavano quelle parole non si fidò mai di non circuirmi e avvolgermi con il suo potere ammaliatore.
Avevamo fatto sesso a lungo e il suo sangue mi scorreva potente e vigoroso nelle vene: mi aveva legata a sè in modo completo. Di fatti bere da un vampiro rende schiavi. Se il diurno non è stato dissanguato, verrà vincolato al notturno in modo dipendente. Il nostro sangue è come una droga: se si beve più di una volta apporta vantaggi enormi al mortale, che viene reso immortale finchè ne continuerà ad assumere con una certa costanza, immune alle malattie, con una notevole forza fisica e una capacità mentale simile a quella del suo Padrone. Il rovescio della medaglia è che non potrà più farne a meno, se non vuole morire e impazzire per la crisi d'astinenza.
E un suo pari?
Un legame non indissolubile, quasi una sudditanza indefessa e maniacale, man mano che si assume sangue.
Io dunque ero stata privata di tutto il mio sangue, per essere portata sul confine tra la morte e la vita ed esservi lasciata proprio lì dal sangue di Aurelio. In effetti la dicitura "non morti" non spiega bene cosa siamo: esseri morti e risorti, ma in modo completo? Si, la morte del corpo avviene in piena coscienza, per poi destare quella parte animalesca che fa parte del vampiro. Avete visto come mi destai dal mio sudario improvvisato: assetata al limite della irrazionalità.
Di certo il mio padre oscuro non poteva permettere che Etienne si intromettesse tra noi due, e così l'unico modo per plagiarmi del tutto senza margine di errore era quello di legarmi a sè con il sanguinis vinculum.
"Che volete dire?" Il mio retaggio mi dava ancora la formalità di rivolgermi a lui con distacco: troppa educazione? O forse Aurelio era rimasto un estraneo?
Mi guardò con una ferocia che avrei imparato a riconoscere immediamente e a pentirmi di esserne l'oggetto.
Mi prese il mento con una mano e parlandomi a pochi centimetri mi disse: "Sei una creatura affascinante, Lucille, e la tua bellezza è stata, è e sarà sempre una vera condanna. Anche se, non fosse per questa tua qualità, Etienne non ti avrebbe mai presa in considerazione." Una gioia maligna gli inondava il viso e gli riempiva la bocca.
Sapete cosa pensai?
Che un altro uomo mi aveva voluto solo perchè possedermi appagava il suo ego.
Ed Aurelio?
Deve avermi letto in faccia quella domanda, tra le lacrime che mi riempivano gli occhi come un'onda anomala che minacciasse di travolgere le mie gote, mi rispose in modo neutro quasi si trovasse a elencare una nozione di storia.
"Pensi che anche per me sei un capriccio? No, tu sei il mio mezzo per vendicarmi: di donne come te mi sono riempito le notti, i letti e non solo. Sei solo un piccolo strumento di tortura e tormento per quell'intrigante e traditore di Etienne." Ancora quel lampo di felicità crudele ed inumana che provava nel mortificarmi e nel vedere quale effetto avessero le sue parole su di me.
"Peccato che non ti ami, la mia vendetta sarebbe stata completa e appagante in modo diverso. Ma dobbiamo fare di necessità virtù." Mentre lo diceva mi trovai a vibrare come uno strumento che viene accordato. Non mi stava neanche toccando che sentii il suo sguardo avido e lussurioso passarmi in rassegna come per un ispezione. Ma il suo era un tocco che la pelle riconosceva come tangibile e non frutto della mia fantasia. Il mio seno si inturgidì come stimolato da dita sapienti che lo accarezzassero, strizzassero e ne pungolassero i capezzoli. Era un vero attacco ai miei sensi e non potevo far altro che guardarlo stupita negli occhi mentre mi portava velocemente al prossimo amplesso.
"Vedo che sei una donna dai grossi appetiti..." Era esaltato dalla mia stessa eccitazione e con una passione inaudita mi prese in quel momento mentre i miei sensi erano stati appena risvegliati e concentrati in un unico spazio ristretto e umido.
Ma stavolta non fu intrigante a passionale, ma brutale e violento. Aurelio affondò in me come se dovesse perdersi, come se dovesse punirmi per la mia bellezza o assurdamente per il fatto che reagissi come una peccatrice lussuriosa.
Si prese la sua soddisfazione infliggendomi dolore e piacere al contempo.
Fu la prima volta che unii le due sensazioni. Con Bertrand non c'era nessuna attrazione ed io ero pudica, inibita e ignorante. Con Etienne avevo conosciuto una breve passione, mentre con Aurelio avevo conosciuto il lato istintivo e aggressivo della libido. Quel suo spingere avrebbe frantumato il bacino di una diurna e procurandole solo dolore, forse anche una fine atroce. Io anche se da poche ore ero sempre un essere soprannaturale e potevo rispondere ai suoi assalti. Cosa che però non feci perchè ero completamente presa da un amplesso che distrugge la razionalità, annulla la volontà di ancorarsi al mondo reale e cerca solo di sentire quel piacere immenso che monta come un uragano scatenandosi per annientare tutto il proprio io.
Gridai il mio dolore, la mia voglia di non essere trattata a quel modo, per poi ritrovarmi a urlare di un piacere mai provato, del tutto nuovo e immensamente pieno.
Poi il silenzio, il vuoto, l'abbandono e l'incoscienza.
Alla fine fui lasciata nel mio letto intriso del mio stesso sangue e di quello di Aurelio. Se piangiamo lacrime di sangue, il liquido seminale non è differente.
Ero talmente sotto shock che ero immobile e traumatizzata. Riuscii solo dopo molto a mettermi in posizione fetale e a piangere per ciò che mi era successo.
Quando sopraggiunse il giorno, esausta caddi addormentata.
Sapete, Aurelio aveva disposto che dormissi con la camera esposta a nord dove potevo sentire il sole innalzarsi in cielo, percorre la sua parabola e poi tuffarsi dietro la terra svegliandomi solo dopo pochi istanti, facendo trasferire
il mio mobilio: non chiedetemi come si era impadronito della mia stessa casa, perchè mi sembra superfluo dirlo. Ero inesperta e sapevo poco delle regole notturne. O forse non voleva che commettessi la sciocchezza di espormi all'astro diurno. Non è solo il sole della mattina ad essere temuto.
Mi va di togliervi un' altra curiosità.
Quando un vampiro si "addormenta" cosa avviene?
Si addormenta di un sonno profondo?
O muore come hanno immaginato alcuni scrittori?
Io lo chiamo rinchiudersi nel cuore con tutta l'anima. Altri lo chiamerebbero catalessi, altri una vero scollegamento con questa parte del mondo.
Con l'approssimarsi dell'alba si ha una strana sensazione, come di urgenza. Ho sempre sentito il bisogno di trovare un posto in cui fermarmi e... 'sentirmi male'.
Si, avete capito bene. Sento la mia mente scollegarsi dal corpo, pezzo dopo pezzo. Il corpo non esiste più, il cuore non batte nemmeno se lo volessi e il freddo mi avvolge piano piano. E' quella sensazione di zero assoluto che voi diurni non proverete mai, se non in punto di morte.
E' come una piccola morte ogni dannatissima volta.
Eppure non lo è.
I morti non sognano. I morti non si risvegliano. I morti non hanno stimili di nessun genere.
E così ti senti scivolare in tondo come dentro un lavandino gigantesco il cui scarico ti risucchia facendoti compiere ampi cerchi fino a quando prendi una velocità assurda e ti ritrovi a pensare: "Ora vomito!"
Dopo la sensazione di risucchio scopri che una scintilla di te permane e perdura in una sfera di cristallo che è la tua coscienza.
Puoi udire il mondo esterno?
Questo non posso dirlo con sicurezza in generale. Ma posso dirvi, che se qualcuno mi sorprendesse nel sonno io non sentirei nulla.
Durante la preparazione alla mia nuova condizione ho visto solo un vampiro destarsi quando il sole era ancora alto nel cielo: e quel qualcuno era Aurelio.
Come faccio a saperlo?
Non dormivo?
Non ero nel mio stato di incoscienza?
No, purtroppo non lo ero. Ma questa è la storia che volevo raccontarvi.
I miei 100 anni, 4 mesi, 3 settimane e 6 giorni con Aurelio.
Farete un viaggio da incubo: se avete conosciuto il mondo di merletti in cui Etienne mi aveva colto come un acerbo frutto della passione, ora entrerete nel mio inferno personale, quello che ancora oggi mi porto dietro e che mi attende sempre al varco, perchè ciò che Aurelio ha creato nessuno può più demolire.
Sicuri di voler continuare a leggere?

Au revoir.


Scritto da Lucille
alle ore giugno 16, 2009 10:39
del giorno: martedì, 16 giugno 2009
inserito in l incubo
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Un nuovo bacio (Ultima parte)


sangueNel riaprire gli occhi quella notte mi accorsi che il mondo si era fermato.
Perchè affermo questo?
Forse perchè è la giusta descrizione che si può dare quando un vampiro rinasce a nuova vita. Tutto si ferma: il tempo diventa uno scorrere relativo, noi stessi appariamo perfetti e ed eterni agli occhi dei diurni, o mortali. Alcuni di noi si definiscono ad un passo dalla divinità e forse non hanno tutti i torti. L'immortalità potrebbe quasi essere considerato un effetto collaterale.
Si danno per scontate una miriade di cose quando si è presi dai problemi quotidiani: ad esempio il semplice respirare che per un mortale è la vita, per un vampiro è indifferente. Di solito lo faccio automaticamente perchè è un ricordo del mio essere in vita, ma fondamentalmente non mi servirebbe. Certo poi non potrei parlare perchè non avrei aria da espellere per far vibrare le corde vocali, ma se volessi passare una notte in silenzio credete che disturberei i miei pensieri con un rumore tanto banale?
Mi guardai attorno solo per capire dov'ero.
Mi ero alzata su un gomito e mi accorsi di essere nuda. Il ricordo di Aurelio fu un impatto emotivo intenso e adrenalico. Scostando le coperte, portai d'istinto una mano all'inguine e non vidi ciò che mi ero aspettata. Ricordavo il morso di Aurelio, il suo succhiare avidamente il mio sangue e poi... ecco che le sensazioni di dolore e piacere si fondevano in un'unica mescolanza di sapori e momenti. Avvertivo ancora il bruciore sotto quelle ceneri che pensavo estinte. Mi ritrovai d'improvviso a leccarmi  le labbra come se avessi la bocca foderata di sabbia. Lo stomaco o quello che un tempo era al suo posto mi mandò un segnale chiarissimo che occupò e devastò tutto il mio essere. Una sete inaudita , mai conosciuta prima mi serrò la gola e poi svuotò la mia mente di qualsiasi altro pensiero.
Aprii la bocca come in cerca di un grido di aiuto e sentii la mia faccia mutare solo quel tanto che mi fece voltare verso lo specchio. Scesi dal letto per avvicinarmi alla superficie lucida: il mio riflesso sembrava sempre lo stesso, ma quando sentii i canini pungermi il labbro inferiore fissai la mia bocca con un misto di orrore e fascino. Zanne bianchissime e lunghe erano sgusciate dal perfetto filare di denti. Ricordavo quelle di Aurelio e ora vedevo la stessa cosa tra le mie labbra.
Una nuova ondata di sete mi devastò il corpo: non potevo ignorare quel richiamo e solo allora mi accorsi di riuscire a percepire la vita all'interno della casa con assoluta precisione. Sapevo ad esempio dal battere del loro cuore, dalle loro conversazioni e dall'odore che emanavano i corpi che due domestiche erano al di là del corridoio mentre rassettavano la stanza. Una non più tanto giovane e una che aveva da poco l'età per non essere più considerata una bambina.
Afferrai il bordo della toilette in prenda a qualcosa simile ai crampi della fame, ma che non era tale perchè era come se fosse dilaniata la mia stessa mente. Avevo le fauci aperte mentre mi fissavo allo specchio e vedevo colare sul mento una bava rossa. Non avevo nulla di umano: Gli occhi mi sporgevano leggermente in fuori come in preda ad un dolore accecante, inniettati di sangue e con un iridi di un colore talmente intenso da sembrare due zaffiri, e non più quell'azzurro cielo che li rendevano miti e dolci. La mia stessa bocca era un ghigno famelico e divorato dal suo stesso bisogno.
Mi accasciai su me stessa sconvolta e piena di dolori lancinanti: avevo pensieri sconnessi e tutti rivolti a quell'unico bisogno.
Che cosa mi stava accadendo?
Mi sentii improvvisamente debole e con il corpo che tremava per spasmi sempre più profondi. Un gorgoglio di suoni gutturali tradussero tutto quell'orrore in un urlo carico di tutta l'angoscia che mi accecava  e devastava.
Non sentii nemmeno aprire la porta e l'incedere di passi che si avvicinavamo a me. Mi accorsi solo di aver strisciato fino a delle gambe maschili che indossavano quelle ridicole scarpe con una tomaia impreziosita da una fibia dorata con un opale molto grande che decoravano il piede come un gioiello farebbe con una mano.
Mi raggomitolai ai piedi di Aurelio come una pezzente che chiede l'elemosina e soffre per essere stata percossa ripetutamente.
Mi sentii sollevare il viso: " Ma Cher, svegliata presto, vedo." Aveva un sorriso ironico e malevolo, ma era sempre bellissimo e attraente.
Mi prese sotto le ascelle e mi fece sedere sul bordo del letto. Ero pallidissima e sembravo come se stessi raggrinzendo a vista d'occhio.
E poi la vidi. Una fanciulla sui sedici anni che dormiva placidamente sul mio letto. Sembrava una sguattera con le mani segnate dal duro lavoro e gli abiti coperti da un grembiule. Aurelio era appoggiato ad una delle colonnine del letto e mi fissava con le braccia incrociate sul petto. Si era tolto la giacca e portava solo il lungo gilet che gli ricopriva per metà le cosce in un tripudio di sete color zafferano.
Ma non mi soffermai molto sui dettagli o su di lui, la mia attenzione era tutta per la giovane che sembrava addormentata. Istintivamente volevo "assaggiarla".
Improvvisamente mi ritrovai carponi sul mio stesso letto e con movenze feline che un corpo umano riesce difficilmente ad imitare bene, mi aggiravo come una gatta verso la sua preda. Mi girai verso Aurelio solo per avere la conferma che non mi avrebbe fermata: lui mi guardava come se fossi un magnifico esemplare di predatore. Il suo sguardo era intrigante e pieno di aspettative: come un genitore che orgoglioso osserva il figlio muovere i suoi primi passi.
La fanciulla si stava riprendendo da quello strano torpore e io non volevo perdere tempo. Colmai la breve distanza che mi separava da lei e non appena aprì gli occhi la baciai sulle labbra. Fui calda e appassionata quel tanto che non si ribellò, ma rispose affascinata al mio assalto, mentre con la mano cercavo il punto più tenero del collo. Era la mia prima esperienza e non sapevo tutte le cose che oggi ho appreso: cacciare non è solo cibarsi per un vampiro. Per farvi capire meglio, è come gustare un vino: c'è quello che ti servono in rozzi boccali e chiamano novello e quello che si assaggia con l'olfatto, la vista e poi il palato perchè è un prezioso dono da meditazione.
Non c'è paragone, no?
Io ero una vera neofita: usai il tatto per sentire l'arteria, oggi la troverei semplicemente chiudendo gli occhi.
Fui inebriata da quell'odore di acidità dovuto alla prolungata mancanza di igiene. E poi appena la punta delle mie dita sfiorano la giugulare nelle mie orecchie esplose il rumore più delizioso del mondo: l'impetuoso scorrere del suo sangue e un tambureggiare accelerato che scandiva il suo respiro e la sua fragile vita. Il cuore mi ipnotizzò: era un ritmo incredibilmente atavico come di un tamburo di una danza tribale che scuote il corpo fino alle ossa.
Quando mi staccai da quelle labbra tremanti di delirante passione per guardare il punto preciso del mio desiderio ardente, ecco che mi sentii calamitare con forza in quel punto. Purtroppo non arrivai nemmeno a sfiorare la pelle che mi sentii afferrare per i capelli e trattenere con decisione. Sapevo chi era e mi girai soffiando come un felino e snudando le zanne per ricordare ad Aurelio che aveva lasciato intendere che non si sarebbe intromesso tra me e la mia preda.
"Non così, mon petite fleur! L'hai intontita talmente tanto che non sentirà nulla." Mi rimproverò con pazienza ed esperienza.
La mia distrazione permise alla giovane di uscire leggermente dalla confusione e, guardandosi attorno, rimase sorpresa di dove si trovasse.
"Vedi, ma cher, il sangue ha più sapore se gustato con un minimo di adrenalina in più." Lasciò la presa sui miei capelli e si sedette vicino a noi come per gustarsi uno spettacolo incredibile.
Nel girarmi incontrai lo sguardo smarrito della fanciulla che, vedendo il mio volto stravolto dalla sete, prese ad urlare. Le tappai la bocca con una mano che mi aiutò a farle voltare il viso ed esporre così la giugulare. Affondai i canini come se fosse il loro naturale alloggiamento, come se fossero fatti per penetrare la carne e succhiarne la vita. La prima boccata di liquido caldo mi inebriò e mi stordì: non aveva nulla a che fare con quello capitato con Etienne prima e Aurelio poi. Aveva il sapore delizioso della vita, del terrore crescente e dell'acqua pura di mille cristalli. Un sorso mi acuì la sete devastante, che si ripresentò al mio essere con una forza inaudita. L'abbracciai stringendomela al seno come si farebbe con un amante e succhiai avidamente sentendo il suo cuore battere frenetico nel suo torace: la paura scorreva e impreziosiva il nettare vitale, l'adrenalina accelerava il suo flusso e drogava i miei sensi, l'impotenza era l'unico difetto che guastava la perfezione del momento. Ma certo quel primo assaggio per me fu speciale come essere venuta al mondo già adulta. La rinascita per un notturno, o un vampiro, è la consapevolezza di essere una creatura diversa da ciò che si era in precedenza. Non ci sono rimorsi, non alla prima sete: almeno questo è successo a me. Prima che mi rendessi conto di cosa ero e di ciò che facevo per sopravvivere, ero puro istinto. Non si pensa, non ci si ferma, non si ha morale e soprattutto non si ascolta nient'altro che quel bisogno che ti dilania. Non è qualcosa che un diurno possa capire. Gli stenti della fame portano alla morte, ma la sete per un vampiro porta solo alla perdità della coscienza, chiamata anche frenesia, il nostro lato bestiale che prende il sopravvento e ci spoglia del nostro intelletto. Non parlo di umanità perchè è un concetto che prima o poi si perde. Ci sono creature che sembrano spogliarsene appena rinascono, altre che entrano in crisi con ciò che avvertono essere fin da subito, e altre ancora che hanno reazioni lente e incostanti.
Io?
Io avevo solo un bisogno assoluto di nutrirmi e lo feci come meglio credevo e come ero stata indirizzata da Aurelio.
Fu inebriante e esaltante, nulla di paragonabile con altro e, soprattutto, la prima volta non si scorda mai. La sensazione di vuoto si andava riempiendo e il mio corpo si alleggeriva sempre più, come se la pesantezza e la stacità della morte mi venisse sollevata pian piano. Dove c'era il gelo della caducità, ora c'era il calore del potere immortale.
E' il battito del cuore a farci capire la potenza mistica del rito del bacio del vampiro: non c'è nient'altro. La tua preda all'inizio pompa in te con il suo motore tutto il nettare prezioso, mentre il tuo non ha nessuna reazione; d'improvviso un fremito, un battito e poi il tuo cuore prende vita per la gioia di soddisfare aridità di un corpo che è un guscio vuoto. Due palpiti a confronto e poi la soverchiate predominanza del tuo che vitale afferma la sua vittoria sulla morte.
Tra le mie braccia c'era quel minuscolo corpo privato di tutto: sangue, anima e cuore. Li sentivo in me e quando risorsi da lei, Aurelio aveva uno sguardo che non dimenticherò mai. Era soddisfatto e sazio di un delirio che solo lui viveva. Avevo soddisfatto la sua prima aspettativa: non avevo mostrato pietà, ma era logico. Ero accecata dalla sete e difficilmente mi sarei comportata diversamente. Ma lui colse altro credo: le inifnite possibilità che gli si prospettavano e per lui era più di un altro notturno neonato da educare. Lui aveva la discepola che andava cercando, lui aveva il mezzo della sua atroce vendetta, lui aveva il potere di influire sul futuro.
Infilò una mano tra i miei lunghi capelli aggrovigliati e mi tirò a sè dalla nuca. Avevo il mento sporco di sangue. Lo leccò con estrema lentezza e poi mi baciò con possesso. Mi sentii illanguidire e il mio corpo divenne morbido e recettivo alle sue attenzioni. Il potere di Aurelio mi avvolgeva come una mano calda e sapiente. Mi adagiò sul letto e cominciò a baciarmi sul collo scendendo verso il mio petto dove con una mano aveva inturgidito un seno. Prese tra i denti proprio il capezzolo indurito, morse e succhiò avidamente, regalando ad entrambi un piacere diverso.
Emisi un gemito estasiato: sentivo la sua bocca in modo diverso e percepivo tutta una serie di sensazioni che andava dal deliquio al dolore, fino al più basso desiderio sessuale. Aurelio è una creatura dalla intelligenza acuta e dal palato sopraffino: tutto ciò che fa non è mai dettato dal caso. Mi accarezzò i fianchi con una cura che poteva sembrare maniacale, ma che a me permise di scoprire che la mia pelle non era più solo l'involucrio del mio corpo. Mi stava stimolando come solo tra vampiri si può fare: sentivo più di una carezza del corpo e meno di una frustata dell'anima. Era tutto più intenso, più profondo, più veloce o più lento, più eccessivo e più delizioso.
Leccò con cura i fori che mi fece, anche se non era necessario: " Questo per nascondere un bacio agli occhi di un mortale."
Guardai la ferita chiudersi immediatamente e sussultai leggermente. Era una vera magia ai miei occhi ignoranti.
Aurelio non mi concesse molto tempo che la sua mano mi donò il primo spasmo di piacere: mi sembrava letteralmente di bruciare, mentre le sue dita mi accarezzavano con maestria e dovizia. Ero vicinissima all'apice del piacere quando mi ritrovai a guardarlo in faccia e a sentirlo scivolare in me. Fu una spinta poderosa dopo l'altra come il flusso e riflusso della marea a portarmi in un paradiso fatto di sensi e piaceri estremi.
Era come un'intensa vertigine quella che provai mentre lui mi permise di morderlo durante l'orgasmo bevendo una parte di sè e cominciando a intessere un legame di sangue forte e profondo. Lui era il mio padre oscuro e io la sua neonata. Un concetto che i mortali non comprendono perchè lo relegano solo alla parentela genitori e figli.
Tra vampiri è diverso.
Si tratta di un legame che si sceglie e non è casuale.
Mentre anche Aurelio arrivava al suo piacere lo sentii dire: " Sei MIA, Lucille!"
E aveva ragione: ero SUA perchè volevo esserlo ed Etienne mi aveva persa.

Au revoir.


Scritto da Lucille
alle ore giugno 05, 2009 00:40
del giorno: venerdì, 05 giugno 2009
inserito in la rinascita
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Un nuovo bacio (part treize)


Essere nuda sul proprio letto con un uomo bellissimo che ti guarda come fossi qualcosa da possedere all'istante, non ti fa certo sentire come la donna più bella del mondo.
O meglio, in quel frangente non era così che mi sentivo.
Era lo sguardo che sembrava celare qualcosa che andava oltre il possesso.
Era fame?
Era voluttà?
Era passione?
Era dominio?
Tutti assieme, ma con una luce di crudeltà che non mi sembrava naturale. Il viso di Aurelio passava dall'intensamente bello all'indecentemente perverso. Una serie di stati d'animo gli deformavano leggermente il viso, mentre mi guardava profondamente senza mai staccarmi gli occhi di dosso.
"Ha scelto bene la sua preda, ma come al solito Etienne è un sentimentale e non è lungimirante." Ammirava il mio viso e il mio corpo come se solo lui potesse vedere qualcosa che evidentemente era sfuggito allo stesso Etienne.
Io una preda?
Quelle parole non capivo a cosa si riferissero. Aggrottai le sopracciglia cercando di capire se alludesse alla prima idea che mi si era affacciata alla mente: il mio meraviglioso amante voleva sedurmi fin dall'inizio con uno scopo crudele?
Dilatai gli occhi come un animale che si rende conto di essere finito in trappola troppo tardi. Scrollai la testa e ricacciai quelle lacrime che si erano affacciate sugli occhi tanto repentinamente.
"Non vi credo. Etienne... Non farebbe niente di ignobile nei miei confronti." Sembravo voler convincere più me stessa che lui.
"Non c'è dubbio. Mai visto un notturno così compassionevole. C'è da chiedersi se qualcosa è andato storto nella sua rinascita." Parole che per me non avevano senso e che mi mettevano addosso un'ansia indescrivibile.
Mentre mi parlava come se stessimo conversando davanti ad una buona tazza di thè, si avvicinò sfilandosi la camicia dai pantaloni e continuando a denudarsi il busto. Io raccolsi le gambe come a protezione, ma non dalla sua mascolinità, quanto dal mio disagio per un nuovo sentimento che nasceva come un seme che non avrebbe dovuto attecchire in me. Osservavo ipnotizzata quel petto perfetto e scolpito, adombrato da una peluria scura che esaltava le forme perfette di un tronco che subiva allenamenti ripetuti e incessanti.
Deglutii come se dovessi pensare a far funzionare il mio corpo e non fosse tutto meccanico, respirare, deglutire, sbattere le palpebre. Se non fosse che sono muscoli involontari avrei anche dovuto far battere il cuore in modo ripetuto e irregolare e usare il cervello per poter avere un pensiero coerente.
Che cosa mi stava capitando?
Aurelio stava esercitando tutto il suo fascino direte voi. Ora io ne so un po' più di voi e durante la mia immortalità ho appreso di avere lo stesso ascendente che quell'uomo stava esercitando tanto abilmente su di me: mi stava incatenando con la sola volontà. Ci basta pensare di voler essere attraenti, di apparire bellissimi e desiderabili ed ecco che molti mortali si ritrovano a non saper più districarsi tra pensieri propri e la nostra volontà.
Subivo il fascino di un vampiro per la prima volta e nemmeno lo sapevo.
Mi sentivo stordita e improvvisamente desideravo quel corpo tanto maschile e forte. Avevo pensieri trasgressivi, immagini dei nostri corpi allacciati in modi osceni e viziosi, le  nostre bocche che si incollavano per soddisfare una fame trasgressiva fatta di umori e voglie infinite.
Stringevo a me quelle gambe come fossero l'unica arma contro quell'uomo, come se fossero addirittura una difesa da ciò che provavo per lui. Pensai addirittura che stessi impazzendo. Non ero abbastanza forte da pensare che quelle sensazioni non mi appartenevano, ma sapevo che io non ero lucida.
Chiusi gli occhi per escludere al di fuori quelle immagini fin troppo vivide. Il mio corpo reagiva del tutto inaspettato ad Aurelio. Mi sentii afferrare per gli omeri e sollevare dalla mia postura inutile.
Quando aprii gli occhi avevo il viso all'altezza del suo. Lo vidi abbassare lo sguardo sui miei seni, inturgiditi da tutto quell'assalto mentale. Speravo con tutte le mie forze che nient'altro trasparisse dal mio corpo, ma ero in errore. Lo sentii inalare l'aria come fosse alla ricerca di un aroma particolare.
"Il tuo odore intimo è aspro e sa di autunno."
Reagii come un'ingenua vergine serrando le cosce. La sua risata arrivò puntuale, fredda e divertita. "Sei così incantevole, mia cara. Sarà un vero piacere godermi il tuo corpo per l'eternità."
Mugolai di disperazione e di terrore: in quella posizione che a lui sembrava indifferente, io ero inerme e impaurita. Quelle parole furono interpretate come se volesse dirmi che si sarebbe preso tutto il tempo del mondo e avrebbe goduto appieno di me senza nessuna interruzione.
Le lacrime presero a scivolarmi lungo le gote. Non mi ero mai abituata a Bertrand che entrava nella mia camera e mi forzava a continui rapporti, picchiandomi e violando anche la mia anima oltre che la mia dignità. Quando poi rimasi incinta passò alle case di piacere. Ed ora Aurelio mi risbatteva di nuovo nel mio incubo, fatto di paure, umiliazioni e depravazione.
Non conoscevo Aurelio, ma in quel momento per quanto bellissimo la mia disperazione e il mio vissuto fecero presa sul suo potere di incanto. Il mio sguardo era astioso anche se in preda alla paura.
Il Marchese aggrottò le sopracciglia e sembrò vagamente incerto.
Oggi so di averlo preso leggermente in contropiede: si aspettava una donna diversa, semplice, fragile magari, ma non capace di aver patito una sofferenza che potesse far breccia sulla sua presa salda.
Ma non potevo far altro che guardarlo a quel modo: le sue mani mi serravano le braccia e mi tenevano sollevata impendendomi alcunchè.
"Non male." Ma era un commento superfluo perchè bastò serrare di nuovo la sua volontà intorno alla mia e io tornai a fremere per il suo giovane corpo.
Forse fu proprio lì che Aurelio cambiò i suoi progetti. Non lo so,  probabilmente non lo sa nemmeno lui, ma invece di farmi bere il suo sangue per poi abusare di me, mi osservò per un lungo momento. Aveva lo sguardo intenso, perso in qualche pensiero proiettato in un futuro vicino e lontano. Il suo sorriso fu tagliente e agghiacciante, sembrava sul punto di sferrare un colpo terribile e di goderne appieno.
Da quel sorriso terribile vidi chiaramente i canini allungarsi e divenire due zanne lunghe e accuminate. Ero impietrita e lo shock per ciò che stavo vedendo mi aveva paralizzato, rendendomi muta e priva di volontà.
Mi scaraventò sul letto e si avventò su di me come una belva feroce e inumana.
Come vi dissi tempo fa il passaggio non fu una scenetta idilliaca dove il vampiro mi mordeva sul collo con delizia e premura.
Aurelio non è un essere che si accontenta di mordere: non pensate alla volontà di farlo con stile, lui è un immortale annoiato, drogato di emozioni forti e assolute.
Non si gettò sulla mia tenera e candida gola, ma sollevatami e divaricatami la gamba sinistra trovo con la bocca subito la aorta femorale, là dove l'attaccatura della gamba ha la carne più morbida, e succhiò avidamente.
Il dolore fu intenso e chi dice il contrario o ha trovato una rarità o è un bugiardo.
Io sentii come il morso di un cane che affondava nella tenerezza della mia carne e lacerava la pelle delicata.
Pensate che gridai?
Eccome!
Ma non venne nessuno e il dolore divenne un fuoco irresistibile quando da quella ferita percepii un calore estremo che si irradiava dalla bocca di Aurelio.
E poi sentii la sua mano che mi frugava tra le piccole pieghe della mia femminilità. Sgranai gli occhi ammutolendo. Trovò, non so come, il modo di ricacciare in un angolo della mia mente quel dolore iniziale, per sostituirlo con piacere crescende e pulsante. La parte razionale di me piccola, ma battagliera voleva indignarsi e disprezzare il modo con cui mi stava scoprendo e accarezzando. Ma il mio corpo sapeva già quello che volevo davvero: che non smettesse! Il dolore era una parte integrante del piacere, più lo sentivo estrarre sangue, più le sue dita affondavano in me in modo penetrante come una marea che avanza e si ritira di continuo.
Afferrai il cuscino che avevo sopra alla testa e mi coprii il volto mordendo la federa.
Lentamente cominciai a lasciare la presa e a rilassare i muscoli, anche se nello stesso tempo il fuoco interno si infiammava e spargeva le sue fiamme come una tempesta che tutto brucia e devasta. Ero vicina all'apice del piacere e vicina alla perdita di conoscenza. Così rallentò fin quasi a fermarsi per farmi conoscere cos'è il piacere della morte.
Sentivo il petto comprimersi in una quasi totale mancanza di aria per via dell'assenza di quel sangue che avrebbe dovuto raccogliere l'ossigeno incamerato. Sentivo il mio corpo morire lentamente, come se una cellula dopo l'altra si stesse spegnendo della sua vitalità, sebbene una parte di me sentisse pulsare quella stessa in modo deciso e frenetico.
Un piccolo rantolo, unico suono che riuscissi ad emettere, uscì dalle mie labbra. Avevo raggiunto il paradiso dei sensi e fu allora che Aurelio riprese a suggere con decisione l'ultima stilla di vita.
Il mondo si fece scuro, freddo e vuoto fuori e dentro di me, ma il mio sorriso era scolpito nella morte in cui scivolavo inesorabile. Mi sentivo pesante e marmorea come se il mio corpo avesse aumentato di massa e di consistenza mentre precipitavo in un vuoto atavico.
Quando i miei occhi si chiusero come un sipario alla fine della rappresentazione, sentii delle mani forti sollevare la mia testa e delle labbra baciarmi con una passione calda e invadente: stavo assaggiando il mio stesso sangue. O forse era quello che la mia mente mi diceva. I miei pensieri erano poco coerenti e ridotti a semplici sensazioni primordiali.
Ricordo che nella mia bocca sentii un liquido vischioso e caldo che mi riempì la gola e sembrò dapprima andarmi di traverso e quasi sofforcarmi , poi bevvi avidamente come in preda ad una sete insaziabile.
Era solo il preludio a quella sete che ogni vampiro prova per la prima volta, perchè con molta probabilità era solo il mio attaccamento alla vita a farmi deglutire quel sapore così aspro e salino, dal retrogusto metallico.
Il bacio si interruppe presto e bruscamente.
Ero spossata dalla forte perdita ematica, ma ancora presente sebbene stordita e confusa. Gli occhi mi si rovesciarono spesso all'indietro come se non fossi in grado di fissare un punto.
Avvertivo intorno a me la presenza di Aurelio che si rivestiva molto lentamente e usciva solo dopo avermi detto: "Ora appartieni alla notte."
Scivolai in sonno denso di immagini vivide e intense. Quella fu l'ultima volta che sognai.
Quella notte io morii da sola nel mio letto mentre il mio padre oscuro disponeva per me la mia rinascita.
Ilprimomorso
Au revoir


Scritto da Lucille
alle ore maggio 29, 2009 14:26
del giorno: venerdì, 29 maggio 2009
inserito in la rinascita
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Un nuovo bacio (part douze)


Quando mi svegliai erano da poco passate le due pomeriggio.
Mi stiracchiai allungando per bene le braccia, come se fossero anni che non dormivo così bene. Ma mi ero mai svegliata così piena di vita?
Mmmm... forse quando ero una bambina e avevo una visione del mondo molto ristretta e anche molto edulcorata.
Ma poi si cresce in fretta: ero diventata una moglie troppo giovane e bella per un marito vecchio e prepotente. Avevo perso tutte le mie illusioni nel modo peggiore e ora quel torto mi veniva saldato sotto forma di Etienne.
Già... Etienne.
Mi voltai ben sapendo che non lo avrei certo trovato accanto a me. Ma il letto ancora manteneva la forma del suo corpo là dove aveva riposato con me.
Afferrai il cuscino e lo abbracciai stretto annusando la federa che imprigionava ancora quel suo odore di tabacco e cognac, che non ho mai ben capito come potesse appartenergli. Rimasi a godermi il suo profumo fino a quando mi resi conto di essere oltre il ridicolo.
Ma ero felice, una parola che non conoscevo da tempo e che ora riassaporandone il gusto dimenticato, mi accorgevo che aveva un sapore nuovo e più intenso, più consapevole se volete.
Saltai letteralmente giù dal letto: mi sentivo viva, libera e... Innamorata!
Non mi resi conto di danzare nuda per la stanza e appena il mio riflesso mi balzò alla vista scoppiai a ridere.
Afferrai la vestaglia color salvia e mentre me la infilavo guardai sempre nello specchio ovale il mio profilo. Mi passai la mano sul ventre piatto. E se fossi stata già incinta?
Sorrisi all'idea. Certo sarebbe stato un vero scandalo!
Mio marito era morto da poco più di 10 giorni e la sua vedova era incinta di... chi?
Ma non mi interessava: ero sicura che ci volesse ben altro per rimanere in stato interessante, ma non era poi insolito. Io avevo già avuto Cesàr ed Etienne era giovane.
L'aria trasognata che avevo mi diceva che la mia fantasia andava oltre il concetto di gravidanza. Mi immaginavo una vita piena delle nostre risate, delle nostre passeggiate, dei figli, dei viaggi, delle serate ad ascoltare lo stesso Etienne al clavicembalo...
Poi il bussare alla mia porta mi riportò con i piedi per terra.
Mi sistemai come meglio potei e invitai Josette ad entrare.
Entrò portando una delle servette che raramente vedevo con un gran pacco e altri più piccoli.
"E quelli?" chiesi perplessa. Non avevo dimenticato certo una consegna della sarta. Non avevo ordinato abiti nuovi , solo quelli per il mio vedovato e la consegna era stata frazionata, certo, ma non aspettavo nulla per quel giorno.
"Un lacchè, Madame." Mi porse il biglietto con un sigillo in ceralacca nera: piuttosto insolito. Impresso vi era un serpente che era attorcigliato intorno ad una mano che sorregge una spada.
Aprii curiosa e con il cuore in gola. Sospettavo di chi potesse essere e mi stupii di tanta spudoratezza. La servitù avrebbe parlato e la cosa sarebbe uscita dalle mura della mia casa. Pensai che fosse meglio inventarmi una scusa come un mancato recapito della sarta, ma poi lo trovai poco plausibile, visto che mi aveva detto Josette che era venuto un lacchè.
Nel pensare ad una scusa la mia cameriera personale congedò la ragazzetta e scartò il pacco più grande. E così i piani geniali per mimetizzare il comportamento di Etienne svanirono in un istante di civetteria.
Con mia somma sorpresa dentro vi era ripiegato un abito sontuoso di velluto blu notte con rifiniture d'argento. Negli altri trovai vari accessori tra cui le scarpette e dei gioielli: piccole  rosette di pietre preziose che facevano pandan con un giro collo stupefacente di diamanti e zaffiri degno di una regina.
collanaaurelioRimasi a bocca aperta: il vestito da solo valeva sia per le stoffe, per le applicazioni che per le rifiniture. Credo che Marie Antoinette avrebbe potuto annoverarlo tra gli abiti più belli che avrebbe potuto possedere. Ma i miei occhi erano tutti per quel capolavoro di oreficeria. Era di gusto, anche se eccessivo.
Mi ricordai improvvisamente del biglietto solo dopo lo sbalordimento iniziale.
Lo aprii in tutta fretta ripetendomi che era un pazzo a farmi doni di quel genere e così alla luce del sole.
Il mio sbalordimento era totale.
bigliettoaurelioIl biglietto non era certo quello che mi aspettavo da parte di chi aveva condiviso il letto con me. Non c'era nessuna traccia d'affetto o di passione per ciò che avevamo vissuto. Anche la forma indicava una confidenza diversa. Ma forse era solo un po' di sana paranoia la mia: il gesto eclatante parlava da solo e nello stesso tempo anche troppo.
Quando gli occhi mi caddero sulla mensola del piccolo camino rimasi a bocca aperta: erano da poco passate le cinque e il sole era appena sparito dietro l'orizzonte.
Mi feci aiutare a vestire lo splendido abito che con il mio incarnato e la mia capigliatura rossa sembrava uno strappo nel cielo notturno. L'acconciatura era elaborata e piena di boccoli che vennero acconciati con il ferro caldo: era secondo il gusto dell'epoca, spostata di lato con uno chignon che sembrava un grande ricciolo appuntato alla nuca e tre boccoli di diverse lunghezze lasciati cadere sulla spalla.
Mentre mi guardavo allo specchio e mi rimiravo soddisfatta notai che sembravo... più vitale, più bella. La stessa Josette che mi vestiva da anni mi guardava ammutolita. Di solito era molto schietta, pratica e pensava sempre e solo come meglio servirmi: non era il tipo da dare pareri non richiesti. Ma all'ennesima giravolta non potè non esternare tutto il suo stupore.
"Madame, siete bellissima..."
Ero soddisfatta e fiera di come quell'abito mi calzasse a pennello, quasi da non accorgermi che qualcuno aveva bussato alla porta. Aprii d'impeto senza badare all'etichetta e sapendo che dietro quella porta c'era il mio amato...
Aurelio!
Sgranai gli occhi. Non mi aspettavo di trovarmi gli occhi maliziosi e furbeschi del Marchese, ma quelli malinconici e caldi del Visconte.
Mi guardava come se fossi stata un pezzo unico, un gioiello raro, in contemplanzione di un'opera d'arte ... incompiuta!
"Non avete gradito proprio tutto, vedo." Fissava il mio collo come se lo trovasse troppo nudo e impossibile da non ammirare. I suoi occhi erano ingordi e desiderosi di qualcosa che non capivo cosa fosse. Ebbi quasi l'impressione che si sarebbe leccato le labbra se non avesse riportato l'attenzione ai miei occhi.
In quello sguardo si nascondeva molto della natura che consciamente ignoravo, ma che in quel momento mi fece solo indietreggiare di un passo e portare la mia mano al collo.
"Io... ecco...Non credevo.. e poi.. Scusatemi, ma non vi aspettavo, Marchese..." Ero nell'imbarazzo più totale: non solo avevo fatto la figura della ragazzetta sciocca e persa in chissà quale fantasia, ma stavo ricevendo uno scapolo nelle mie stanze private e questo mi metteva in una posizione ancora più scomoda perchè alla luce del giorno diciamo.
Stavo per dirgli di aspettarmi nella biblioteca quando riuscì semplicemente venendomi incontro a farmi restrocedere e ad entrare.
"Marchese, ve ne prego..." Iniziai con atteggiamento contrito e imbarazzato dal suo ardire. Lui semplicemente non si curò di me, ma con una gesto e una fucilata di sguardo a Josette, rimanemmo soli.
Ero sola con un uomo scapolo, attraente e che non aveva nessun riguardo per l'etichetta. Mi sentii come se il panico mi suggerisse di prendere quella stessa porta e chiamare uno dei servitori per salvare la mia reputazione.
Incredibile vero? Per Etienne ero disposta a far infangare il mio buon nome rovinandomi irrimediabilmente la reputazione.
Per Aurelio la cosa era diversa.
Era lealtà per l'uomo che mi aveva amata appassionatamente?
Era devozione che sconfinava in passione pura per colui che mi aveva resa di nuovo donna?
Forse, ma Aurelio mi osservava come se la mia testa fosse trasparente e i miei pensieri una lettura interessante.
Sfatiamo un altro mito: i vampiri non leggono la mente. Semplicemente ci sono persone che leggono i nostri atteggiamenti posturali in modo del tutto naturale. Oggi lo chiamano linguaggio del corpo: in fin dei conti bisogna solo avere un buono spirito di osservazione e una persona in pochi gesti può non avere segreti. Quell'uomo era bravo in questo e aveva dalla sua l'esperenzia di decine d'anni a solcare questa terra giocando con le vite altrui.
Devo essere stata talmente cristallina che quando decisi che potevo gridare, facendo accorrere mezza casa, lui colmò con pochi passi la distanza che ci seperava e mi agguantò tra le sue braccia.
Si, non mi abbracciò come fece Etienne, semplicemente mi afferrò e poi mi baciò sulle labbra.
Fu un bacio irruento, forte, dalla passione travolgente quasi aggressivo. Seviziò le mie labbra con un impeto sconvolgente a cui non potevo resistere. Non c'era dolcezza solo brama e fame di possesso.
Io poggiai i palmi sulle sue spalle e spinsi con tutta la forza che avevo, ma non potevo liberarmi.
Quando si staccò dalla mia bocca come per riprendere fiato, mi disse con tono che sfiorava l'ira. "Voi avete assaggiato il suo sangue!"
Io lo guardai esterrefatta. Quell'unica nota che non riuscivo a collocare se non in un sogno ora mi veniva svelata in tutta la sua cruda realtà.
Dilatai gli occhi per la paura di una serie di implicazioni, perchè mi chiedevo da buona cattolica se non ci fosse la perversione del demonio dietro ad un simile accaduto. Poi mi resi conto che il diavolo non era Etienne, perchè non appena ritornai con la mia presenza di spirito tra le baccia di Aurelio, aveva il viso distorto da una rabbia cieca e furiosa. Avrei voluto dissolvermi in quell'istante, solo per non vedere l'abisso più tetro e abominevole guardarmi come se fossi in procinto di finirci dentro.
Afferrò il vestito sullo scollo dell petto e lo strappò con decisione spogliandomi con un unico gesto. Altri due semplici movimenti e io fui completamente nuda mentre cercavo di proteggermi dai suoi sguardi e nello stesso tempo di guadagnare una via di fuga.
Ma io cos'ero?
Brezza contro la sua giacca, una piccola foglia che ha la pretesa di colpire un albero e volerlo abbattere mentre è lei stessa che si distrugge contro il tronco.
Mi schiaffeggiò in pieno volto gettandomi sul letto. Aveva l'aria di chi si pregustasse tutta una serie di possibilità.
Le lacrime cominciarono a scendere incontrollate bagnando le mie guance. Provavo vergogna mentre il suo sguardo avido mi fissava: sapevo cosa voleva da me, lo avevo visto tante volte sul volto di Bertrand. Per me era una nuova spinta nell'incubo da cui pensavo di essere uscita. Le mie lacrime erano per l'illusione di aver creduto di essermi liberata di un aguzzino e aver trovato un uomo da amare. Invece il fato era lì a punirmi per tanto osare.
Si stava spogliando della giacca e allentando il colletto della camicia candida come la panna, mentre mi regalava un sorriso sinistro e affascinante come solo il male poteva.
Era innegabilmente bello e una parte di me godè all'idea che mi avrebbe posseduta da lì a pochi istanti. Si, quella parte di me avrebbe voluto dirgli che non c'era bisogno di tanta violenza e forse pensai qualcos'altro che non volli prendere nemmeno in considerazione. Ma mi odiai e dal mio viso trasparì solo orrore e disgusto che naturalmente fu travisato.
"Avrei preferito un altro modo... ma lui non mi dà altra scelta."
A chi si riferiva? Ad Etienne?
Di che modo parlava? Cosa c'era tra quei due che a me sfuggiva?

Au revoire.


Scritto da Lucille
alle ore maggio 23, 2009 00:57
del giorno: sabato, 23 maggio 2009
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Un nuovo bacio (part onze)


baldacchino1Dopo cena rimasi a lungo nella sala da musica a fissare il clavicembalo, mentre sentivo i rumori della grande casa cessare uno dopo l'altro.
Rivedevo il mio Etienne che suonava con movimenti armonici e flessuosi. Poi subito dopo si sovrapponevano le spalle di Aurelio che impetuoso marcava a suo modo e tempo la
Sarabande
. La sua schiena era molto simile a quella di Etienne, ma le movenze erano diverse, forse più audaci e potenti. Certo non potevo dire che il mio amato mancasse di virilità, ma quegli occhi , quelle labbra, e quella presenza così gigantesca schiacciavano il ricordo di lui, della sua maliconica passione, della sua forza solitaria. La sfrontatezza del Marchese consisteva in una perversa audacia e in un delirante fascino che mi faceva paura e nello stesso tempo mi attraeva come una falena alla fiamma.
Sospirai chiedendomi dove fosse Etienne.
Era una settimana di totale silenzio e a questo punto tutto mi autorizzava a pensare che fossi stata un capriccio. Del resto noi non avevamo mai parlato. C'erano silenzi lunghi tra noi, scontri verbali seguiti da quelli amorosi.
Cosa mai mi aveva detto?
Nulla di più di baci e carezze proibite.
Certo che come mi baciava Etienne nessuno lo aveva fatto. Ricordo perfettamente che pensai che se i baci mi stordivano meglio di una caraffa di vino...
A quel punto arrossivo sempre.
Ero condizionata a pensare quanto fosse sporco e sudicio il sesso di quel genere.
Pensate che qualcuno mi avesse mai spiegato che una donna potesse provare piacere nell'atto sessuale in sè?
Oh no. Quello era riservato agli uomini che dovevano sfogare un basso istinto e che dovevano far proseguire la casata. Per le donne era un maledetto cruccio e un obbligo che durava solo per un breve periodo: quel tanto che bastava a procreare uno stuolo di eredi per poi essere relegata a semplice consorte.
Insomma una giumenta da riproduzione.
Ma quello che in quei giorni mi scatenò il giovane amico del mio defunto marito non era certo quello che mi avevano insegnato. Ero combattuta tra il desiderio di avere di più,  di sperimentare cosa avrebbe potuto darmi il giovane corpo di Etienne e il rimorso di sentirmi una donnaccia, plagiata e sottomessa alla libido di qualche demone che mi possedeva.
La Chiesa ha fatto più danni che qualunque altra ideologia, ve lo dico io.
Mentre pensavo alle labbra di Etienne che nominavano il mio nome come tra il tormento e l'estasi, ecco che di nuovo le sue labbra si confusero con quelle del Marques de Villanuevas de la Torres. Lui che mi parlava in modo inappropriato, che insinuava che fossi stata... come aveva detto? Assaggiata.
Scossi la testa come se non credessi a quello che avevo sentito con queste orecchie.
La verità è che non capivo cosa intendesse. Oppure ero oltre. Una frustrazione per l'implicazione sessuale che mi pareva avesse dato il Marchese, mi gettava nello sconforto e mi rendeva ansiosa.
Cosa sapeva esattamente?
Era un'ora improponibile quando salii nelle mie stanze.
Avevo imparato a uscire dalla gabbia dei miei abiti pur di non far sapere alla servitù a che ora andavo a letto. Toglierli non era così difficile come metterli: i lacci del bustino erano impossibili da tirare da sola, avevo sempre bisogno di una cameriera. Oggi le donne sono emancipate e non dipendenti da nessuno: infilano i loro abiti da sole e se vengono spogliate è solo per essere venerate in certo modo da un uomo.
Mentre gettavo sopragonna, sottogonna e crinoline varie sulla piccola poltroncina, rimandendo in mutandoni di un cotone sottolissimo e bustier, con ai piedi calze color avorio e scarpette con tacco a rocchetto color  carta da zucchero, intonate all'abito che portavo, mi accorsi che la finestra con l'accesso su un'ampia terrazza era aperta e un vento gelido aveva ghiacciato improvvisamente la stanza.
Nel richiudere i vetri sentii un fruscio di biancheria.
Mi voltai velocemente in direzione del mio letto da vedova: un baladacchino giallo oro antico carico di tendaggi e merletti che oggi troverei assurdi, ma che all'epoca andavano tanto di moda.
In quella profusione caotica di velluto vidi la figura di un uomo dalla carnagione vagamente dorata sdriato sulle coperte tirate fino ai piedi. Indossava pantaloni aderenti di seta grezza color polvere, corti poco sotto il ginocchio. I piedi affusolati erano nudi. Il suo torace era un pezzo di marmo cesellato e virile. Un braccio era adagiato lungo il fianco rivolto all'insù, mentre l'altro sorreggeva la testa incorniciata da una criniera di capelli color caffè con ricci scomposti. Due occhi malinconici e caldi mi guardavano fieri e teneri. Il sorriso che mi aveva fatto innamorare era dipinto sul volto di Etienne.
"Etienne..." dissi in soffio incredulo mentre mi portavo le braccia al petto per nascondere l'ampia scollatura.
Gesto alquanto sciocco visto che le sue labbra avevano baciato ogni centimetro del mio seno.
Mi tese una mano ad invitarmi sul letto e io ero rapita da quel corpo tanto perfetto e incredibilmente attraente, ma mi avvicinai con un passo timido e incerto. Tenevo le braccia incrociate a coprirmi il seno e indecisa se fosse davvero lui o uno scherzo della mia mente che desiderava con tutte le sue forze vederlo.
Ero frustrata e incapace di decidere. Forse a quel punto non mi importava davvero se la cosa fosse sconveniente solo un po' o su tutta la linea.
Gli ultimi passi li feci più velocemente e mi ritrovai tra le sue braccia con la mia bocca incollata alla sua, con una mano che mi teneva la nuca con possesso.
Un bacio ardente e carico di aspettative per quello che volevamo da tempo e il desiderio che era cresciuto esponenzialmente ogni giorno di più.
"Etienne... Siete voi?" Una domanda sciocca, direte voi.
Io dubitavo della mia mente.
"Lucille..." La sua voce era calda come quella di un vento desertico, con aromi inconfondibili di terre lontane.
"Etienne... Etienne..." ripetevo tra un bacio e l'altro. "Ma dove siete stato?"
"Ti sembra il caso di mantenere questa formalità anche ora, Lucille?" Mi guardava intenso, ma anche divertito.
Non chiedetemi come avesse fatto, ma mentre io ripetevo come un mantra il suo nome lui mi aveva liberato dal corsetto e si stava occupando di quei ridicoli casti mutandoni, infilando una mano nell'apertura adibita alle esigenze fisiologiche.
Sentii una mano calda che con la punta delle dita mi sfiorava il pube là dove inizia il monte di venere.
Senza fiato e muta cercavo una risposta che non sembrasse ridicola come la faccia che gli stavo sicuramente propinando e nello stesso tempo cercando di ignorare che le sue dita mi accarezzavano audaci.
Io balbettai qualcosa del tipo. "Non è conveniente essere così in confidenza", quando lui trovò il punto tenero che mi fece sentire il primo fuoco divampare intenso al centro di me stessa.
Fu una piacevole sorpresa sentire cosa quelle dita mi scatenassero tanto che dilatai le pupille dall'improvviso e intenso piacere.Quando poi si spinse più in profondità cercando la piccola fenditura, credo di aver trattenuto il respiro talmente a lungo che infine espirai con un rumore profondo e liberatorio.
Un suo braccio mi cinse la vita come a volermi trattenere: ma dove sarei potuta andare? O meglio dove avrei voluto andare?
Io infilai le mie dita nella folta capigliatura mentre lui esplorava la mia bocca in modo famelico e possessivo. Mi sentivo girare la testa, ma non volevo fermarmi.
Ad un tratto Etienne mi adagiò sul letto e strappatimi con sorprendente facilità i mutandoni, si liberò velocemente dei suoi pantaloni e di ciò che portava al di sotto.
Fu meraviglioso vedere per la prima volta il corpo di un uomo nudo e non chiudere gli occhi in attesa che finisse la tortura disgustosa e umiliante.
Il corpo di Etienne era perfetto e armonioso. La sua virilità era in pieno vivace risveglio. Mentre lui ammirava il mio corpo disse con voce carica di desiderio. "Sei la donna più bella che abbia mai conosciuto."
Io avrei voluto restituire il complimento, ma la voce mi morì in gola: avevo un'esperienza pari a zero, se escludiamo quella bestia di mio marito, e lui forse era il primo che ammiravo in tutta la sua maestosa forza. Mi limitai ad arrossire e a fare una di quelle smorfie di imbarazzo subito celata da una mano per nasconderla.
Sentii la mano di Etienne che mi scostava le dita con delicatezza e mi diceva: "Non vergognarti mai di ciò che sei, Lucille. Capito?"
Non mi aveva mai parlato a quel modo. Sembrava serio e triste, ma poi il dolce tormento tornò. Riprese a baciarmi facendo aderire il suo corpo al mio.
Che dolce peso!
E mentre la sua mano mi stuzzicava un seno e poi scendeva ad accarezzarmi i fianchi , sentii una mano dietro il ginocchio di una gamba che veniva divaricata e sollevata.
Con un movimento fluido e deciso affondò nel mio ventre. Io mi aggrappai alle sue ampie spalle come in balia di una tempesta ormonale e di sensi che mai avevo provato.
Cominciò una danza dolce e bruciante a cui io rispondevo passo dopo passo con slancio e passionalità. E più mi faceva danzare e più mi sembrava di annegare in oceano di perversione e godimento.
Fu breve purtroppo. Il piacere mi travolse quasi subito come un'onda anomala che travolge e poi si ritira prosciugando il terreno su cui passa.
Avevo la gola secca e la lingua sembrava essere attaccata al palato.
Mentre cercavo di mettere a fuoco il mondo attorno a me,sentii Etienne che mi teneva per la nuca e mi diceva: "Bevi, Lucille."
Io ero stordita e pensavo con smarrimento a ciò che mi aveva deliziato troppo intensamente, ma di così breve durata.
Non guardai e non riflettei un istante su ciò che mi misi a fare e mentre si apriva una ferita sul collo io mi ci attaccai bevendo il suo sangue.
Un sapore metallico e salato, che mi provocò un primo conato di vomito. Ma non interruppi la lappatura  fino a quando percepii lo stesso Etienne che, dopo avermi tolto la mano da dietro la testa, mi scostava dolcemente da sè per adagiarmi sul letto.
Ero ebbra di tutta una serie di emozioni, così subito caddi in un sonno profondo e ricco di sogni allucinanti e sconclusionati.

Au revoire.


Scritto da Lucille
alle ore maggio 16, 2009 23:05
del giorno: sabato, 16 maggio 2009
inserito in la rinascita
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Un nuovo bacio (part dix)


Quella domanda aleggiava ancora tra noi due, mentre Aurelio mi osservava come se potesse leggere tutto il mio sconcerto, io cercavo di non arretrare. Ero confusa ed evidentemente colpevole. Oggi capisco che quella domanda era sì particolare, ma all'epoca fraintesi il tutto perchè sapevo di aver mancato ai voti coniugali.
Si, per pochi stupidi baci io mi sentivo un' adultera!
"Monsieur, io non so di cosa parliate." Era l'unica risposta che avrei dato ad un estraneo che mi venisse a sbandierare sotto il naso che sapesse ben oltre dell'apparenza: negare anche l'evidenza mi sembrava l'unica difesa.
Il silenzio in cui mi scrutava sembrava voler dire più di mille arringhe e tutte puntavano contro la Maddalena fedifraga!
"Io e il Visconte siamo conoscenti. E' stato vicino a me e al mio sposo fino alla sua dipartita. Io non so cosa vogliate insinuare." Cominciavo a straparlare, come in cerca della scusa migliore.
Ma i suoi occhi erano gelidi con una connotazione divertita. Non accennava a muoversi o a darmi nessun appiglio per uscire da quella che era un empasse tragica per me, esilarante per lui.
Perchè dico questo?
Perchè scoppiò in una sonora risata che mi percorse la schiena come una serie di cubetti gelati. Non una di quelle che coinvolgono o fanno trasparire un gioioso divertimento. In quel suono c'era molta cattiveria e calcolo.
"Cosa ci trova di tanto divertente, Marques?" La mia voce aveva un tono stridulo e l'offesa mi si prensentava come unica via di fuga.
"Siete divertente, Madame." Non c'era traccia di ilarità sul suo volto mentre mi parlava, piuttosto un morbido sorriso ferino, come di un predatore che ha trovato facilmente il punto debole della sua preda.
"Io non ci trovo nulla di divertente. Non mi piacciono certe insinuazioni." Portavo avanti il mio scudo come se quello fosse l'unico punto da cui potesse portare un attacco mortale.
Non so perchè, ma si allontanò per osservare meglio il clavicembalo. Questo mi fece credere di aver segnato un punto.
Come mi sbagliavo.
"Ho paura che la mia domanda sia stata fraintesa. O forse voi non ne conoscete la risposta." Sembrava meditare mentre di spalle suonava un tasto alla volta quasi distrattamente.
Per me equivaleva a cavalcare l'onda dell'offesa.
"Attendo delle scuse, Marques!" Con quanta esultazione pensavo di essermi liberata di quell'uomo.
Aurelio dandomi il profilo mi guardò con un occhio.
"Ho detto che attendevo un'altra risposta, non che vi debba delle scuse... Madame." Era gelido e autoritario.
Di nuovo quegli occhi assurdamente scuri che mi guardavano come in un'analisi approfondita delle mie stesse carni.
"Io... Mi avete offesa, Marques. Voi mi dovete delle scuse."
Nel voltarsi il suo viso mi sembrò mostruosamente bello. Rimasi a guardarlo impietrita nel fascino che subivo senza potermi oppormi.
Camminò lentamente verso di me percorrendo con lo sguardo lentamente tutto il mio corpo: aveva in ghigno compiaciuto e tremendamente affascinante.
Poi i suoi occhi si posarono in modo intenso sul mio collo.
"Ah... Non lo avevo notato." Sembrava essere molto interessato a qualcosa sul lato sinistro.
Io avrei voluto arretrare nello stesso modo di quanto lui avanzava verso di me. Invece ero lì, immobile e lo guardavo come se i miei occhi non fossero altro che due finestre da cui essere spettatrice.
"E bravo, Etienne. Piccoli e discreti. Ma ancora non ha imparato a lasciare alcuna tracce."
"Monsieur, continuo a non capire di cosa voi stiate parlando e se continuerete vi farò cacciare!" Con quanta irruenza gli stavo rispondendo. Lui sembrava ingigantirsi mentre io subivo il fenomeno contrario. Avevo una paura indescrivibile,ma nello stesso tempo ero attratta da quel viso che mi sembrava Lucifero in persona appena caduto dal paradiso. Non ero solo impossibilitata a muovermi: io non volevo farlo, tutto qui.
Il sorriso si fece obbliquo e famelico. "Madame, dunque lui vi ha assaggiata. E ora capisco perchè. Tale veemenza, anche se infantile e sciocca, sono qualità che vi rendono prelibata!"
Ora era ad un passo da me.
Tremavo come se il mio duplice sentimento cadesse in contrasto: attirata, ma in piena repulsione. Non sapevo decidermi e questo gli fece dilatare le pupille.
"Voi siete quasi una rarità Lucille." Stava toccando con le gambe la mia ampia gonna, riducendo la distanza senza annullarla.
Io lo guardavo con occhi esageratamente grandi.
"Vi prego, Monsieur. Mi state soffocando." Era come se mi mancasse l'aria, ma Aurelio non mi toccava se non con le gambe.
Un senso di dejavu mi fece ondeggiare e mi gettò nel panico.
Ma diversamente da Etienne, il Marchese indietreggiò e si inchinò.
"Credo che dovremmo continuare in un altro momento. Altri impegni mi chiamano altrove, Madame De Rochefolle."
Così come era iniziata quell'imbarazzante conversazione, così cessò. E non appena fui sola mi accasciai al suolo quasi in debito di ossigeno.
Non avevo capito cos'era successo, ma l'assenza di Etienne mi stava mettendo in difficoltà più di quanto credessi.

Au revoire


Scritto da Lucille
alle ore maggio 11, 2009 15:13
del giorno: lunedì, 11 maggio 2009
inserito in la rinascita
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Un nuovo bacio (part neuf)


Ero sola in quella grande casa.
Sola per modo di dire: ero pur sempre attorniata dalla servitù e dai legali di mio marito. La solitudine vera l'avevo dentro: Etienne non c'era, non lo vedevo da giorni e questo mi fece pensare inevitabilmente al Marques Villanueva de las Torres.
Ogni volta che ripensavo a quell'uomo, riprovavo lo stesso disagio crescente della prima volta. Quegli occhi sembravano usciti da un incubo e nello stesso tempo erano tentatori: assurdamente scuri e profondi, due pozze in cui le tenebre sembravano fare capolino con freddezza agghiacciante. Più volte mi ero ripetuta che quel punto di nero non esisteva  e puntualmente mi trovavo a fissare una tonalità sempre più scura.
Ancora oggi gli occhi di Aurelio sono starordinari per chiunque vi si imbatta, ma oggi io so che sono occhi ammantati di oscuro potere. L'ho imparato presto con mia grande sofferenza, capendo che il potere di certe creature è terribile a vedersi e infinitamente pericoloso se si è destinatari di tale attenzione.
Non ne avevo la certezza, ma qualcosa mi diceva che l'assenza di Etienne era legata al Marchese.
Non avevo idea di dove andare a cercarlo e la mia frustrazione cresceva di giorni in giorno.
Non sapere dove fosse, cosa stesse facendo e chi fosse quell'uomo per renderlo così... ostile, mi portava a fare mille congetture che smontavo e rimontavo come in un gioco perverso. Ed ogni ora che passava le mie supposizioni diventavano sempre più contorte e assurde.
Ero completamente in balia di cose che non capivo e che davo per certe in quei momenti: ero in preda ad una strana angoscia che mi portava sempre a vedere il mio Etienne perdersi in quella pozza di oscurità. Mi scoprivo a singhiozzare ridestandomi dal mio riposo fremente di puro terrore, passando le ore di veglia a rivivere quegli stessi incubi.
Credo che la servitù cominciasse a pensare che stessi perdendo il lume della ragione poichè mi scoprivano a parlare alla finestra all'indirizzo di nessuno o mentre, implacabile nel mio aggirarmi avanti e indietro, mi contorcevo le mani e avevo la capigliatura scomposta.
Ma dopo una settimana dal funerale, poco prima delle nove di sera, Gobert mi annunciò la visita di una persona che si scusava per l'orario. Il mio cuore ebbe un sussulto: dopo tutti quei giorni era tornato, finalmente Etienne aveva rotto il suo silenzio che mi aveva distrutto peggio che se mi avesse rifiutata di fronte ad una folla di curiosi.
Mi sistemai come meglio potei spazzolando la mia chioma e riannodandola sulla nuca semplicemente per la mancanza di tempo. In verità avevo tutto il tempo del mondo, ma io ero impaziente e non avevo voglia di fare la preziosa come si conveniva ad una donna. Ci mancava poco che corressi nel salotto da musica.
Le note di una canzone mesta suonata con maliconica maestria mi bloccarono poco prima della porta.
La Sarabande di Bach saturava l'aria di mestizia e tristezza.
Difficile non ricordare quelle dolci note che facevano da sfondo al primo bacio che mi diede Etienne.
Il cuore mi martellava nel petto come un motore che va fuori giri, in modo scostante, ma carico di forza vivace.
Il mio Etienne era lì. Era tornato e ricordava condividendo un ricordo prezioso.
Dalla totale inattività passai al correre verso l'oggetto dei miei desideri, spalancando le porte della sala ed entrando come se fossi una amazzone a caccia. Le spalle ampie e armoniose seguivano l'andamento delle mani che si spostavano veloci, mentre con il brano cresceva o rallentava. I capelli neri fermati da un nastro di velluto blu notte erano folti e di una lucentezza quasi innaturale.
Sembrava una vera visione destinata a svanire nella solitudine della sala. Così mi avvicinai trepidante e allungai la mano per darmi conferma che non era una mia allucinazione data dal desiderio di averlo lì con me. A pochi centimetri dalla spalla ecco che il gelo mi aggradì come una trappola per topi. Rimasi a fissare quella schiena improvvisamente sconosciuta, quei capelli troppo scuri per essere i suoi, quel suo modo troppo incisivo e crudele per interpretare quel pezzo al clavicembalo.
Volevo ritrarmi, ma ero imprigionata dalla mia stessa paura e fissavo la figura mentre oscillava al suono delle note.
Quando arrivò il silenzio quella sensazione glaciale rimase immutata. La voce era imprigionata nella mia gola come io lo ero nel mio stesso corpo. Non un muscolo riuscivo a muovere.
L'uomo si voltò sul panchetto molto lentamente: due occhi straordinariamente belli e maliziosi mi guardavano con interesse e  una certa superiorità.
"Senora, non vi avevo sentita arrivare. Scusatemi se ho approfittato di questo straordinario strumento."
Il Marchese Villanuevas mi stava baciando la mano che io sembravo avergli teso.
Il suo tocco era neutro, insolitamente discordante con le mie sensazioni. Avrei giurato che sarei rabbrividita di disgusto non appena avessi sentito le sue lunghe dita chiudersi sulla mia mano. Invece quel tocco indistinto e asciutto mi lasciò una vaga sensazione di benessere.
Ero stupita e nello stesso tempo allarmata. Stavo fissando un volto che era bellissimo con uno sguardo audace e sensuale. Pur avendo labbra sottili il sorriso di Aurelio era pieno e ammaliante.
"Marques de Villanuevas de las Torres, voi... qui..."
Lo fissavo come se non desiderassi altro che mi parlasse.
Lui non nascose un certo divertimento e anche se a parole stava glissando sul mio atteggiamento, mi fissava come un predatore che abbia individuato la sua preda.
"Dovete scusare l'orario..." Il suo sguardo mi denudava come se il vero bersaglio fosse la mia stessa anima.
Avrei voluto avvicinarmi a lui, ma questo mi gelò il sangue nelle vene perchè mi resi conto che mentre parlava io gli fissavo le labbra con desiderio.
Deglutii a fatica come se dovessi pensarci attentamente.
"In effetti... è tardi e non è certo orario di visite." La mia pudicizia e il mio essere scontata nelle risposte lo portarono ad ampliare il sorriso mettendo in mostra una dentatura bianco avorio perfetta.
"Senora, voi siete davvero incantevole." Nel farmi questo semplice complimento mi sentii arrossire come se mi avesse baciato il collo e i seni in un sol tempo. Le mie ginocchia stavano cedendo di fronte a quel sorriso ammaliante, quello sguardo audace e mi chiedevo come fosse riuscito ad incatenarmi così velocemente con pochi scambi di parole.
"Marques.. la prego non mi sembra opportuno. Sono vedova!"
La mia presenza di spirito non era una messa in scena e questa mia risposta fu una frustata all'ego di Aurelio che socchiuse lievemente gli occhi nel tentativo di capire come non cedessi a lui. Questo l'ho capito anni dopo. Anzi fu lo stesso Aurelio a rivelarmi che certe sue decisioni erano state prese per il mio atteggiamento forte e ribelle.
Il Marchese tornò in posizione eretta mentre un velo di irritazione si dipingeva sui suoi tratti.
"Senora, mi scuso se  vi sono sembrato sfacciato." Quelle parole erano dette in tono piatto e neutro, ma io percepii un piccolo disappunto. Improvvisamente quel fascino conturbante era svanito e al suo posto c'era un uomo guardingo, quasi ferale. Fu come una nuvola che oscura brevemente il sole, perchè subito dopo la maschera da seduttore tornò in posizione.
"Posso sapere cosa vi porta qui?" Il mio tono era quello di chi pensa di avere tutto sotto controllo, ma la defaiance di Aurelio era solo un istante di incredulità perchè mi ero sottratta al suo ascendente e non pensava potesse essere fatto.
"Diciamo che abbiamo un'amicizia in comune. Il Visconte de Vendome mi pare sia vostro amico di famiglia o così mi è stato riferito". Lo sguardo intendeva più delle parole.
Fissavo quelle iridi scure con orrore per ciò che stava sottintendendo, mentre di nuovo cadevo preda delle sue labbra.
"Io.. Io non so.. cosa volete dire?" Faticai non poco per dire quelle semplici parole. La mia concentranzione era sempre sul baratro di perdere contro una volontà più soverchiante, quella di quello strano Marchese.
Il suo sorriso divenne un po' più marcato e i suoi occhi mi scorrevano lungo il corpo come se potesse vedere attraverso i vestiti.
"Che io e il Visconte siamo amici di vecchissima data. Abbiamo condiviso molte cose..." L'ultima parola indicava un possesso che andava al di là dell'oggetto. E stranamente pensai di essere io quella cosa in comune.
"Capisco". Assecondai io, ma ero palesamente a disagio anche se come ipnotizzata mentre lui continuava a sorridermi sornione.
"Mi dica, Lucille...E' mai stata assaggiata da Etienne?"
Quella domanda fu come un pugno nello stomaco. Non me l'aspettavo e soprattutto mi chiesi: cosa sapeva il Marchese?
Perchè quella strana domanda?
E a questo punto: dov'era Etienne?

Au revoire.


Scritto da Lucille
alle ore maggio 07, 2009 17:19
del giorno: giovedì, 07 maggio 2009
inserito in la rinascita
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Un nuovo bacio (part huit)


Arrivò il giorno del funerale, dopo uno interminabile di veglia funebre. Il nero esaltava i miei colori: invece di avere un'aria affranta sembravo radiosa.  Il mio incarnato e persino i miei capelli avevano una vivacità che stonava completamente con il vestito del lutto.
Ma un velo di tristezza c'era.
Etienne quello stesso giorno avrebbe abbandonato la mia casa ed io avevo la sensazione di perderlo per sempre, convinta che mi avrebbe dimenticata.
Ero davanti allo specchio per accertarmi di non aver trascurato nessun dettaglio, quando i miei occhi caddero sul piccolo tavolino che riuscivo ad intravedere nel riflesso attraverso la porta aperta. Al centro del ripiano c’era un vaso di cristallo che accoglieva le solite rose bianche. Ma quel giorno in mezzo a loro ce n’era una rossa. Rimasi a fissarla a lungo come se fosse lo spettacolo più sconcertante e estasiato del mondo.
Nel sistemarmi il cameo sul piccolo fazzoletto della medesima stoffa della camicia e della gonna mi diressi verso la meraviglia. Era di un punto di rosso incredibilmente intenso: i petali sembravano avere uno spessore carnoso e l’umidità che a gocce ne ornava le punte sembrava racchiudere l’elisir stesso del fiore. Non era una semplice rosa: per me era il modo peccaminoso in cui pensavo alle labbra e alle mani di Etienne.
Chiusi gli occhi al ricordo travolgente di quella passione proibita e accecante. Appoggiai le mani sul ripiano per non perdere l’equilibrio che minacciava di abbandonarmi mano a mano che i ricordi prendevno piede. Le sue labbra mi erano addosso come un ferro che mi marchiava rovente, ustionante e indelebile.
Quando riaprii gli occhi ero di nuovo padrona di me.
Volevo parlare ad Etienne. Dovevo parlare all'uomo che mi aveva imprigionato in quell'abisso di sensualità e carnalità. Ma come ogni mattina di lui non c'era traccia.
Uscii dalle mie stanze diretta alle sue.
Non potevo e non volevo aspettare.
Avrei corso il rischio di incorrere nella sua ira furibonda piuttosto, ma avevo un bisogno fisico di parlargli.
Mi ritrovai davanti alla sua porta e bussai. Immediatamente dopo ero davanti ad Hugo che non mi permetteva di varcare la soglia con il preciso ordine di rimandare qualsiasi intrusione. Mi appellai al fatto che Etienne fosse ospite in casa mia e che doveva recarsi nella biblioteca dove lo avrei atteso con la banalissima scusa che dovevo parlargli delle disposizioni del mio defunto marito.
Naturalmente non arrivò.
Aspettai a lungo e inutilmente: sembravo una tigre in gabbia mentre facevo avanti e indietro davanti al camino, vicino alla scrivania, accanto alla finestra, lungo le scaffalature. Passai l'intero giorno in quella stanza senza che nessuno disturbasse la vedova addolorata.
Poco prima del calar del sole, Gobert, il maggiordomo, mi annunciò che il feretro era stato caricato e aspettavano solo me per recarci alla piccola chiesa dei Martiri.
Guardai fuori e mi resi conto che avevo passato ore intere a ripetermi che sarebbe venuto. Avevo trovato strano che le disposizioni di Bertrand per il suo funerale fossero di celebrare il rito sull'appressarsi della sera. Ma ero troppo presa dai miei pensieri per Etienne, per badarci davvero.
Non volendo dare in pasto ai pettegoli altre chiacchiere avevo assecondato molte stranezze di quei giorni.
Così mi misi dietro il carro che a passo lento e mesto portava il corpo del defunto alla salvezza dell'anima. Io avevo un velo che mi oscurava i tratti: lo avevo scelto lavorato apposta per darmi tratti indefiniti. Non avevo lacrime da versare e volevo chiudermi agli sguardi indiscreti.
Così camminavo come se volessi correre per accelerare i tempi e per chiudere definitivamente con quella assurda messa in scena.Invece rimanevo lenta e con il passo cadenzato.
Durante la funzione ero immobile nel mio isolamento, nel banco davanti all'altare mentre guardavo la bara.
Nel cimitero dietro la chiesa mentre mio marito veniva tumulato nella tomba di famiglia calava il sole e, defilato rispetto ai parenti e conoscenti, vidi Etienne vestito impeccabilmente.
Un moto di sollievo fu appena accennato.
Non potevo dimenticare che quel rito era per onorare il mio sposo. Rimasi al mio posto, mentre celata dal ricco pizzo approfittavo per guardare il fulcro del mio mondo.
Ma lui non aveva occhi che per...
Non stava certo guardando me, ma qualcosa di fronte a lui che io faticavo a vedere. Mi sporsi facendo un piccolo inchino per sistemarmi la gonna. Ero curiosa di capire chi potesse far nascere uno sguardo così duro e minaccioso nei suoi occhi dolci e profondi. Non sembrava quasi più lui. Mascella irrigidita, muscoli tesi, occhi di fuoco con un velo di minaccia repressa. E poi erano gelidi come ... la morte.
E così lo vidi.
Alto pressapoco come Etienne, con un fisico più possente, comunque armonioso. Aveva tratti morbidi e latini: incarnato olivastro, occhi scuri, labbra carnose e capelli scuri allacciati in una coda raffinata da un nastro. Era elegante, vestito di un color piombo di squisita fattura.
Ero quasi sicura di non averlo mai visto.
Mi ritrassi discretamente e velocemente, non volendo essere vista da nessuno.
L'uomo ricambiava Etienne con un sorriso beffardo. Sembrava sfidarlo annoiato.
Ma chi era?
Quando il corteo si trasferì nella mia casa per le condoglianze di rito, Etienne era in un angolo della sala pensieroso. Aveva un volto lugubre, funereo e accigliato, ma non era certo fuoriluogo.
Quando la mia attenzione venne richiamata dall'esecutore testamentario che mi annunciava: "Madame De Rochefolle, lasci che le presenti Aurelio Luis Julio Navarro Marques de Villanueva de la Torres".
Nel voltarmi gli occhi dell'uomo che Etienne aveva fissato tanto a lungo al cimitero, mi guardavano impudenti e predatori. Occhi nerissimi come due pozze d'oscurità che sembravano espandersi dalle sue cavità.
Ma ero inchiodata nella mia posizione con il braccio proteso, come la preda di fronte al cobra che lo guarda ipnotizzato.
Appena mi prese la mano una sensazione di disagio crescente mi avviluppò la mente: era come se un'ombra fluida  e tangibile partisse dalla sua mano e a spirale mi si attorcigliasse intorno al braccio serrandolo e imprigionandomi.
Lo guardavo mentre mi baciava la mano non staccandomi gli occhi di dosso.
"Senora." Disse come se con quella parola fosse l'ennesimo laccio con cui legare la mia anima.
"Monsieur..." dissi in un sussurro.
Rimasi impietrita quando mi sorrise e vidi un luccichio d'avorio che non mi sembrava naturale.
Era una zanna quella che avevo intravisto all'angolo della bocca?

Au revoir


Scritto da Lucille
alle ore aprile 29, 2009 15:51
del giorno: mercoledì, 29 aprile 2009
inserito in la rinascita
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